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Lucky Strike!
A Sofia,
La mia musa
Indice
- Prefazione
- Lucky Strike
- La siepe dietro al giardino
- Mi specchio nei vetri rotti
- Nei miei occhi cosa vedi?
Prefazione
Solo uno scemo poteva mettersi a scrivere un libro sapendo che la persona a cui è destinato non ha alcuna intenzione di leggerlo. E allora, tanto vale cominciare dalle presentazioni: mi chiamo Lore e, a quanto pare, sono proprio uno scemo.
Presentarmi a te, Sofia, è più strano di quanto avessi immaginato. Non perché tu sia una sconosciuta, bensì l’esatto opposto: ti conosco forse più intimamente di quanto sia prudente ammettere, eppure eccomi qui, a cercare le parole per raccontarti chi sono, oltre che l’autore di un banale libretto di poesie che ti è stato regalato.
La verità è che queste settimane da solo hanno curato le ferite che il passato mi ha lasciato. Lontano da tutto ciò che pensavo mi rendesse me stesso, come la tua stessa presenza, ho cominciato a guardarmi con occhi diversi attraverso lo specchio magico che sono le pozzanghere di Porta Garibaldi. E, nonostante inizialmente rifiutassi radicalmente questo cambiamento, mi sono accorto che, durante questa mia attesa infinita per poter rivedere la persona che amo, qualche meccanismo si è attivato dentro di me.
Ho trovato finalmente la forza di essere originale, di provare ad essere ciò che desidero essere e non ciò che mi rende contento. Ho capito che nel mio mondo persisteva un grande vuoto perché io stesso rifiutavo di provare ad essere me stesso.
Ora, però, ho aperto i miei occhioni verdoni-azzurrini e sono pronto a vivere la vita tutta d’un fiato, come un velocista, un giaguaro o persino una macchina da corsa. Vivendo per il gusto di vivere una vita variopinta e piena di profumi di ogni tipo.
Detto ciò, non mi sento particolarmente più brillante di quanto lo fossi all’inizio di questa introduzione. Sono ancora lo stesso scemo che ha deciso di scrivere un libro per qualcuno che, almeno per ora, non vuole più leggerlo.
E forse è proprio questa la cosa più scema di tutte: continuare a lasciare una porta socchiusa quando sarebbe molto più semplice chiuderla. Ma io quella porta non voglio chiuderla. Non perché pretenda che tu torni, né perché possa sapere cosa ci riserverà il futuro, ma perché conosco l’amore che provo per te e so che, da qualche parte, esiste ancora tutto ciò che ci ha fatto incontrare.
Se un giorno vorrai tornare a guardare in questa direzione, troverai qualcuno di diverso da quello che hai lasciato: non migliore, forse, ma finalmente più vero.
E magari, chissà, questo libro non sarà poi così inutile. Magari un giorno lo aprirai. E se accadrà, spero che tra queste pagine tu possa riconoscere non soltanto l’uomo che ti ama ancora per chi sei veramente, in ogni tua forma, ma anche quello che, proprio grazie a te, ha finalmente imparato ad amare un po’ di più se stesso.
Lucky Strike
Nella mia testa
cammino senza strada,
vagabondo
tra pensieri che non portano a casa,
inseguendo un miracolo
che, lo so,
non verrà.
Con gli stivali
calpesto le pozzanghere
e lancio sassolini nell’acqua,
come se potessi disturbare
il cielo riflesso
e farlo cadere.
Immagino un lago alpino,
un lago così blu
da far vergognare il cielo,
blu come il sole
quando, stanco,
si addormenta dietro le montagne
e la luna,
sbadigliando,
si affaccia alla finestra della notte
per dare il buongiorno
ai filosofi insonni.
Poi un colpo di tosse.
Uno squarcio.
La magia si richiude
come una tenda strappata
e io torno.
Mi guardo intorno
con i miei occhioni spaesati,
e il mondo è ancora qui:
il cemento,
le automobili,
le persone che corrono
senza sapere dove,
la vita
con il suo vestito di tutti i giorni.
La normalità mi fa paura.
Forse perché,
mio malgrado,
le somiglio.
Sono esattamente
dove non vorrei essere.
Allora corro.
Corro perché correre
sembra una soluzione
quando non se ne ha nessuna.
Corro per lasciare indietro qualcosa,
ma il problema
ha il mio stesso passo.
Non è davanti.
Non è dietro.
Abita dentro di me.
E così corro ancora,
finché non rimango solo
con il rumore dei miei piedi
e con me stesso
che mi insegue.
Che scelta sciocca.
«Cosa non è sciocco
in questo mondo?»
Mi fermo.
Accendo una sigaretta.
L’accendino della stazione
sembra avere freddo.
La fiamma si piega
sotto il vento,
si allunga,
trema,
quasi volesse scappare
anche lei.
Sul monte Canto
il vento non concede tregua.
Avrei dovuto saperlo.
Eppure provo ad accendere
la mia Lucky Strike,
come se quel piccolo fuoco
fosse una questione d’onore.
La fiamma muore.
Ci riprovo.
Muore ancora.
Sorrido.
Forse è questa
la forma più sincera
della mia esistenza:
provare ad accendere qualcosa
in un posto dove
tutto tende a spegnersi.
Tiro fuori un altro fiammifero.
Una boccata.
Fumo.
E di nuovo:
come mai?
Perché lanciare sassolini?
Perché salire sul monte?
Perché correre?
Perché accendere una sigaretta
che il vento vuole spegnere?
Che senso ha tutto questo
se messo insieme?
Nessuno.
La risposta arrivò
con la leggerezza di un uccello
che attraversa il cielo
senza aver bisogno di spiegazioni.
Nessuno.
E per la prima volta
non mi dispiacque.
Perché mai
dovrebbe avere senso
ciò che vivo?
Forse la vita
non è un libro da capire,
ma una finestra da aprire.
Un colore da attraversare.
Un odore da inseguire.
Una voce da ricordare
anche quando è già lontana.
Un sasso lanciato nell’acqua
che scompare,
lasciando soltanto
cerchi concentrici
per qualche secondo.
Forse siamo questo:
piccoli disturbi
sulla superficie del mondo.
Eppure
siamo qui.
Ogni colore.
Ogni profumo.
Ogni forma.
Ogni conversazione
che non tornerà mai più
nella stessa maniera.
Ogni istante
che non ha bisogno
di essere utile,
né importante,
né eterno.
Mi appartiene.
E tanto mi basta.
Ho finalmente ritagliato
una piccola fetta di mondo
dove poter respirare.
Non è grande.
Non è perfetta.
Ma è mia.
E dentro questa piccola fetta
posso correre,
posso perdermi,
posso nuotare senza rive,
posso perfino restare fermo.
Il vento continua a soffiare.
La sigaretta si consuma.
La notte arriva.
E io,
per una volta,
non ho bisogno
che accada qualcosa.
Mi basta esserci.
Con una Lucky Strike
tra le dita
e il mondo intero
che, per qualche minuto,
non mi chiede
di essere nessun altro.
La siepe dietro al giardino
Oggi
mi sono svegliato tardi.
Ho perso il treno,
che era già in ritardo.
C’est la vie!
Sul tavolo
una montagna di libri
mi guarda con aria severa.
Ovidio in cima.
Un libro dell’esame da preparare
da qualche parte
sotto la polvere.
Le Heroides
che aspettano pazienti
come vecchi amici
con qualcosa di importante da rivelarmi.
«Ormai mi conosco.»
Allungo la mano.
Prendo Ovidio.
Poi mi fermo.
Dalla coda dell’occhio
qualcosa attraversa il giardino.
Non è un'ombra.
Non è luce.
È qualcosa a metà tra i due,
è come se il sole
avesse perso un pezzo
e quello fosse finito
a passeggiare sull’erba.
Resto immobile.
L’ospite si avvicina.
È bianco.
Gracile.
Elegante
come chi
non ha alcuna intenzione
di impressionare nessuno.
Lo riconosco.
Il mio vecchio amico felino.
È seduto sotto la siepe,
perfettamente a suo agio,
con un caffè tra le zampe
e un giornale aperto davanti.
Dal bordo delle pagine
spuntano due baffetti.
Legge.
Beve.
Ogni tanto gira pagina.
Io lo guardo.
Lui non sembra trovare
nulla di strano
nel fatto che io sia lì.
Forse sono io
a essere entrato
per sbaglio nel suo mondo.
«Da quanto tempo.»
Il gatto abbassa il giornale.
Mi osserva.
Poi dice:
«Oggi.»
«Oggi cosa?»
«Oggi era il giorno giusto
per venire a trovarti.»
Lo dice con la naturalezza
con cui si annuncia la pioggia.
Poi torna al giornale.
Era da tanto
che non vedevo
quel caro micio bianco.
Vorrei chiedergli
dove fosse stato.
Vorrei sapere
se ha trovato qualcuno,
se ha visto il mare,
se anche lui qualche volta
si è sentito solo.
Ma prima che possa parlare,
chiude il giornale.
Si alza.
«Devo andare.»
«Dove?»
«Sono in ritardo.»
Naturalmente.
Mi guarda ancora per un istante,
come fanno certe persone
che sembrano sapere
quando devono arrivare
e quando devono scomparire.
Poi si volta.
Cammina verso la siepe.
Un passo.
Due.
Tre.
E il suo corpo bianco
comincia a confondersi
con la luce.
Per un momento
non so più se sto guardando
un gatto che se ne va
o un pezzo di nuvola
che torna in cielo.
Poi sparisce.
La siepe rimane immobile.
Il giardino pure.
Sul prato
non c’è più nessuno.
Solo un piccolo cerchio di caffè
lasciato sull’erba
e, da qualche parte
dietro le foglie,
un miagolio.
Un suono breve,
quasi una parola
detta da un sogno
prima di svegliarsi.
Rimango lì
con Ovidio tra le mani.
Guardo la siepe.
Aspetto.
Non so cosa.
Forse che torni.
Forse che ricompaia
il mondo per un istante
da quella piccola apertura verde.
Poi sorrido.
E torno al libro.
Dopotutto,
anche gli dei
avranno avuto qualcosa
da rimandare a domani,
perché non godermi la giornata?
Mi specchio nei vetri rotti
Un sorso dietro l’altro
mando giù questo caffè
bollente.
Il suo sapore è tremendo,
però mi accontento.
D’altronde, farei una figuraccia
a non finirlo.
Eppure sembra piacere così tanto
alle altre maschere
che vedo nel bar.
Sembrano ombre tessute
con ragnatele appiccicose,
figure senza contorni
che si muovono
senza sapere di muoversi.
I suoni di tutte le conversazioni
si schiantano tra loro
come onde sulla battigia
e io mi perdo
nell’alta marea
di questo bar.
Confuso dalla situazione,
guardo lo specchio
dietro al bancone
come se fossi
al *Bar delle Folies-Bergère*.
Cerco il mio riflesso
tra bicchieri, bottiglie
e volti che non conosco.
Per un istante
mi sembra di essere lì,
dentro quel quadro,
dentro quella luce,
dentro quella solitudine
travestita da festa.
Poi chiudo gli occhi.
Li riapro.
Me ne vado.
Non ha senso per me
restare in un posto
in cui non riesco a trovarmi.
Fuori,
Milano mi viene incontro
con i suoi marciapiedi sporchi,
le vetrine illuminate
e la fretta di chi
ha sempre qualcosa da raggiungere.
Cammino.
Poi mi fermo.
Davanti a me
una vetrina spaccata.
Il vetro è crepato
in mille direzioni,
come un ghiaccio
che abbia dimenticato
di essere solido.
Mi avvicino.
Mi specchio.
Il mio volto
si rompe insieme al vetro.
Un occhio finisce da una parte,
la bocca dall’altra,
il naso scompare
dentro una ragnatela di crepe.
Per un attimo
non mi riconosco.
Poi sorrido.
Forse non c’è niente
da riconoscere.
Sono io.
Non quello dello specchio
del bar,
non quello che dovrebbe
stare composto,
non quello che sa
come comportarsi,
non quello che deve
piacere agli altri.
Io.
Intero
anche quando il riflesso
è a pezzi.
Guardo il vetro.
È rotto,
ma lascia passare la luce.
E penso che forse
non tutto ciò che è imperfetto
debba essere aggiustato.
Forse alcune crepe
servono soltanto
a ricordarci
che siamo stati attraversati
da qualcosa.
Il quadro delle Folies-Bergère
non vale più di questo vetro
perché è intatto.
E questo riflesso
non vale meno
perché è spezzato.
Resto ancora un momento
a guardarmi.
Poi riprendo a camminare.
Milano continua a correre.
Io no.
Per una volta
non ho bisogno
di assomigliare a nessuno.
Mi basta sapere
che, anche nei vetri rotti,
posso ancora riconoscermi.
Nei miei occhi cosa vedi?
Tic.
Tic.
Tic.
L’orologio della stazione scandisce
il passare del tempo con una precisione chirurgica.
Il suo ritmo asettico non fa
altro che deprimere chi, come me, aspetta il passaggio di un treno
di cui non si sa nulla.
Chissà se passerà dal binario
dove sto aspettando,
se passerà davvero
o se, forse, è già passato.
Poco importa.
Non ho voglia di tornare a casa.
Troverei lo stesso orologio all’ingresso,
in salotto,
e persino in camera mia.
Quanto detesto quell’orologio.
È amorfo, eppure sembra fare di tutto
per squadrarti dentro ciò che vorrebbe tu fossi.
È da settimane che ho la sensazione
che mi insegua,
esattamente da quando ho perso
il mio bellissimo orologio da polso scintillante.
Era un orologio unico,
nulla a che vedere con quelli che si vedono nei negozi.
Aveva un cinturino di pelle,
un quadrante che, sotto la luce del sole,
rifletteva raggi rosati
e profumava d’amore.
Mi piaceva portarlo sul polso destro.
Per quanto possa sembrare inelegante,
mi piaceva pensare che la mia mano
lo accompagnasse ovunque.
Fu una tragedia quando si ruppe.
Per giorni non riuscii a smettere di pensarci.
E ora sembra quasi
che questo orologio della stazione,
freddo come il ghiaccio,
si comporti come la sua ombra:
mi mostra frammenti di quell’orologio
in ogni posto dove vado.
Forse è per questo che lo odio.
Perché continua a ricordarmi
che il tempo non aspetta nessuno.
E ora che il nostro orologio
si è fermato,
mi chiedo se pensi ancora a me.
Se, guardando il cielo azzurro,
ti capita di vedere il colore dei miei occhi.
Se, nello scorrere dei volti
che attraversano la tua vita,
riesci ancora a intravedere,
anche solo da lontano,
il mio.
Se te lo chiedo è perché io,
ahimè, lo faccio.
Ti cerco nei volti degli sconosciuti,
nei colori del cielo,
nelle cose che non hanno nulla a che fare con te
e che, proprio per questo,
finiscono per ricordarmi di te.
Ormai so che il passato non si può cambiare.
Il nostro orologio si è fermato.
E forse non ripartirà mai più.
Ma quando penso a te
non riesco a smettere di immaginare
che un giorno, per caso,
su un binario qualsiasi,
potremmo incontrarci di nuovo.
E magari, per una volta,
il tempo potrebbe sbagliare.
Potrebbe tornare indietro di qualche minuto,
abbastanza da permetterci di ricominciare.
E allora la nostra storia
potrebbe diventare una di quelle storie d’amore
da telefilm francese,
quelle in cui due persone si perdono,
si cercano senza saperlo,
e alla fine si ritrovano.
Postfazione
È qui che finisce il mio libro.
L’ho creato come sequel di “Unlucky Strike”, una raccolta di poesie che ruota attorno al concetto della fortuna di aver incontrato una persona stupenda come te, Sofia, in circostanze tutt’altro che fortunate.
Questa volta, però, non ho scritto poesie per raccontare il mio amore, né per romanticizzare la relazione che abbiamo avuto.
Avevo voglia di raccontarti chi sono.
E così ti ho dedicato questo atto d’amore: non una richiesta, non una promessa, ma qualcosa che nasce da ciò che ho vissuto e da ciò che, in qualche modo, mi hai lasciato.
Ho custodito tutti i consigli che mi hai dato per scrivere meglio e ho provato, con tutto me stesso, a farne qualcosa di buono.
Se un giorno mi chiedessi che cosa è rimasto di ciò che c’è stato tra noi, forse ti mostrerei queste pagine.
Perché questo è il risultato del nostro amore:
un sentimento che, nonostante tutto,
ha saputo generare colori
tra i fiori profumati.